Il Dialetto nelle scuole

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L’INSEGNAMENTO DEL DIALETTO NELLE SCUOLE

 Finalmente è arrivato l’insegnamento del dialetto nelle scuole. Istintivamente penso a tutti quegli studiosi, messaggeri della sicilianità, passati a miglior vita dopo avere auspicato invano, nell’arco di tutta una vita di ricerche, simile provvedimento. A questi professori va dato il merito di avere preparato il terreno su cui sviluppare la futura didattica. Sono molti, non è opportuno citarli tutti, ma almeno tre nomi voglio farli: sono quelli dei professori Santo Calì, Santi Correnti e Giuseppe Gulino, ( gli ultimi due, scomparsi da poco tempo). Di Salvatore Camilleri, invece, abbiamo alcuni mesi fa festeggiato il Novantesimo genetliaco. Alla fonte del suo sapere, ancora ci si può abbeverare. Per lui, il varo di questa legge deve essere stato un gradito regalo di compleanno.

“ Un populu diventa poviru e servu quannu c’arrubbanu a lingua addutata di patri”, lo affermò il poeta Ignazio Buttitta in una nota poesia. In realtà, però, è stato lo stesso popolo siciliano, tra gli anni ’50 e ’90 dello scorso secolo, complice un balordo esterofilismo di maniera, ad autocensurare la propria lingua parlata. Le dominazioni straniere sono state tante in Sicilia, ma sono passati ormai così tanti secoli…: non è possibile pensare che nel nostro D.N.A sia rimasta insita l’essenza della sottomissione.

 Allora, “un popolo che non conosce il proprio passato è destinato a ripeterlo? ”.  Ripetere un passato di eccessivo servilismo, di saccheggio morale camuffato da democrazia? Ripetere un passato dove ci si vergognava in famiglia di parlare il dialetto? Un passato in cui una volta eletti al parlamento nazionale ci si dimenticava di essere siciliani? Un passato in cui parlare di autonomia equivaleva essere terroristi? Ripetere un passato di sfrenato esterofilismo? Ripetere un passato di cosciente autolesionismo  e tanto tanto altro ancora? No, no grazie. Anche se siamo perfettamente consci che questo “passato” non è ancora passato, e che l’autolesionismo che attanaglia noi siciliani sarà duro a morire proprio perché così le nostre generazioni sono state educate, è necessario un po’ di ottimismo. Che ci sia in atto un serio tentativo di invertire la rotta, è innegabile.  Stavolta non di una promessa si tratta, ma di un atto legislativo regionale vero e proprio che con l’introduzione nell’istituzione scolastica della cultura siciliana,  intende gettare le basi future per una nuova coscienza della sicilianità. In questo senso, il Federalismo di cui tanto si parla ( e tanto si sparla) più che allontanare è destinato ad avvicinare noi Siciliani al resto d’Italia. Oltre alle ragioni esposte,  perché è rivoluzionaria la legge d’Agostino?  Innanzitutto perché insieme alla millenaria e suggestiva storia della Sicilia, dei suoi costumi e delle sue tradizioni, si studieranno più approfonditamente i dialetti. Parliamo di dialetti perché ogni città, ogni paese, come sappiamo, nella sua accezione più ampia ne possiede uno differente dall’altro. E’ importante conoscere la genesi e le dinamiche interne che hanno portato alle varie stratificazioni linguistiche nell’Isola. Così come altrettanto importante sarà conoscere le regole grammaticali.  Ciò servirà anche a superare ogni possibile incompatibilità tra dialetto siciliano e la lingua italiana; incompatibilità che pure esiste ma che non deve costituire un ostacolo insormontabile.

Pensiamo, piuttosto, che non sarà facile per i docenti, almeno in  questa prima fase giustamente considerata “sperimentale”, insegnare una materia che non si è approfondita abbastanza; per questo, riteniamo, sia condizione essenziale pensare alla loro formazione.

Unitamente alla soddisfazione per un provvedimento legislativo che immaginiamo di portata storica, senza un’attenta vigilanza da parte dei dirigenti scolastici, paventiamo il pericolo che questa nuova materia venga insegnata poco se son addirittura “snobbata” o ignorata del tutto. Così successe con l’ “Educazione civica”, una materia che nei decenni scorsi ( e oggi? ) sembrava esistere solo “sulla carta” dei programmi ministeriali. Se ciò avvenisse, sarebbe una sconfitta per tutti i siciliani. Mi piace concludere questa mia breve nota, con una considerazione espressa tempo addietro da un noto filosofo catanese contemporaneo:  “La Lingua è effimera perché frutto di una costruzione,  il Dialetto è universale perché nasce con noi”.

                                                                                      Santo Privitera

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