STORIE DELLA RESISTENZA: "LA RAGAZZA CON LA PELLICCIA"

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Matteotti lo avevano ammazzato da qualche mese, ma di antifascisti ancora ne dovevano nascere ancora tanti e fare un grande esercito di Liberazione.Salvatrice Benincasa nacque a Catania l’8 settembre 1924 e rimase dalle parti del vulcano solo due anni perché il padre, per motivi di lavoro fu trasferito a Trieste ed in quella città rimase fino all’età di quindici anni. Pur vivendo gli anni della fanciullezza in una città facilmente ed abbondantemente avvolta da facile retorica patriottarda, intrisa dall’immancabile e martellante propaganda fascista, approdò alla giovinezza educata dalla madre ai valori della democrazia, della libertà e del socialismo.A seguito di un altro trasferimento per motivi di lavoro, Salvatrice e la famiglia si trovarono, nel 1939, a Milano. In questa città rafforzò i suoi sentimenti antifascisti quando entrò a lavorare alla Montedison, quando la guerra stava già devastando di dolore e di miserie l’intero paese.Il giorno del suo diciannovesimo compleanno

Badoglio firmava l’armistizio e Salvatrice ritenne di dovere stare dalla parte della democrazia, della libertà e del socialismo. In fabbrica maturò giorno dopo giorno la convinzione che anche lei doveva offrire il suo contributo come già tanti altri ragazzi e ragazze lo avevano offerto per battere il fascismo.

Nel luglio del 1944 chiese di entrare nelle Brigate Matteotti e, come a tanti altre giovani volontarie, le furono assegnati compiti di collegamento.

Il 17 dicembre stava svolgendo l’ennesima missione, c’era molto freddo e il vento passava sul suo collo di pelliccia marrone e Salvatrice sembrava cercare ristoro, protezione e calore nel suo vestito nero di velluto, nella sua pelliccia marrone foderata; fu intercettata dalle SS, trascinata nella sede, lì vicino, della Gioventù Italiana del Littorio.

Non le uscì una parola dalla bocca e le torture non bastarono per strapparle quelle informazioni che i nemici volevano acquisire. La forza dei suoi vent’anni le permetteva di resistere, ma anche di amplificare la violenza e la crudeltà dei torturatori che lasciarono il suo corpo sul ponte del Lambro, a Monza, quando il giorno stava per finire e la notte doveva ancora cominciare.

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