Letteratura

LE ANTICHE SFIDE POETICHE SICILIANE

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Con la scomparsa degli ultimi poeti popolari, sono definitivamente tramontate anche le sfide poetiche bell’esempio di letteratura nostrana. Peccato, perché almeno fino agli anni ‘80 dello scorso secolo, poeti che entravano in Singolar tenzone ancora ne esistevano. Assistere alle loro contese era un vero spettacolo. Erano poeti chiamati illetterati perché dediti a umili lavori. Carrettieri, muratori, operai, al massimo impiegati. A differenza di oggi dove tutti scrivono e pubblicano, molta produzione passata, quasi tutta orale, andò perduta. Se qualche traccia rimane è grazie a chi riuscì con molta lungimiranza a prendere appunti da tramandare ai posteri.  Nei cortili, a dorso di un mulo, sulla strada o nelle regie bettole in compagnia di un buon bicchiere di vino, nasceva spontanea la poesia. “Pippu Forenze pueta ti sacciu,/ pueta ppi daveru malantrinu(…)/Vurrissi sapiri si lu vinu/ è megghiu di bivirlu ccu lu ghiacciu/ o puru ‘n-petra, caudu e ginuinu./ Risposta: Turiddu, ppi pueta non mi spacciu/ ca di la vucca papalati sgricciu;(…) / Si bivi ‘n-petra m’’u mparò don Cicciu; /Lu bivituri ca adòpira ghiacciu/ è chiddu ca lu bivi ppi capricciu! ( Risposta del poeta Pippo Forenze al quesito posto dal collega Turiddu Bella). Catania rispetto alle altre città siciliane fu sicuramente la più attiva nel campo della letteratura popolare. Senza citare i più grandi: il Tempio, il Borrello e Nino Martoglio,  i cosiddetti minori furono un esercito di rimatori degni della massima considerazione perché espressione autentica del popolo. Poesia, prosa e teatro si intrecciavano nei quartieri popolari, facendo di Catania un teatro all’aperto. I temi affrontati  riguardavano aspetti della vita quotidiana, le passioni amorose, dubbi di filosofia spicciola, soluzioni a miniminagghi e altro ancora. Un vero e proprio mondo ancora in parte tutto da esplorare. Gli ultimi  esponenti della poesia popolare frequentarono i Centri culturali del tempo come il Circolo Vito Marino; Centro d’Arte Nino Bulla e soprattutto Arte e Folklore di Sicilia dove il compianto presidente Cav. Alfredo Danese e il prof. Salvatore Camilleri oggi ultranovantenne, tenevano cattedra ospitando quel che rimaneva dei poeti cosiddetti estemporanei(che esternavano di getto). E questi poeti popolari, veri artisti del verso rimato corrispondevano ai nomi di Turiddu Bella, autore della stragrante maggioranza di storie portate in giro da Orazio Strano e Ciccio Busacca; Pippo Forenze, Nino Joppolo, Enzo D’Agata, Giovanni Isaja, Nino Marzà, tanto per fare dei nomi. Furono  i continuatori di una tradizione che si collocò sulla scia dei leggendari capiscuola del calibro di Pietro Fudduni(lo spaccapietre di Palermo), Pietro Pavone( l’ortolano di San Giuseppe l’Arena), Antonio Veneziano e altri che dalla metà del sec. XV  in poi dominarono le scene della letteratura popolare. Allo stesso modo in cui si duellava tirando di sciabola, di fioretto o di coltello, si tirava... di versi. Di poesia non è morto mai nessuno; siccome A lingua non ha ossa ma rumpi l’ossa il massimo che potesse capitare ai contendenti era una bella ferita al proprio orgoglio da lavare  sempre a colpi di ottava, la forma letteraria prediletta dai poeti popolari siciliani. E il botta e risposta poteva durare ore se non addirittura giorni. Breve e  fulminate fu invece la polemica che agli inizi dello scorso secolo contrappose il Vate Mario Rapisardi al poeta illetterato mottese Carminu Carusu. Quest’ultimo, ricevuto l’invito del Rapisardi a recarsi a Catania, rispose piccato con una missiva: Cu beni mi voli, ‘n-casa mi veni!. A fare da tramite, uno studente universitario mottese. Apriti cielo! Rapisardi, infuriato,  a sua volta gli mandò un foglietto manoscritto a caratteri cubitali: Fango sei!!!. Il Caruso non si scompose più di tanto, e al sempre più esterefatto studente dettò i versi da consegnare al celebre collega catanese: Fangu fu Adamu e fangu semu tutti, e di fangu è fatta la virtù; è tuttu fangu chiddu ca s’agghiutti, comu di fangu fusti fattu tu!!!(…).  

 

Nella foto: il compianto poeta Turiddu Bella, fu tra tra i protagonisti delle sfide letterarie popolari nel catanese.

 

Pubblicato su La Sicilia del 15.07.'18

                                                                         

 

 

 

CASTELLO LEUCATIA: RECITA DEL DRAMMA "AMLETU"

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E’ andata in scena al Castello Leucatia la recita di Amletu”nella versione traslata in siciliano da Alessio Patti. L’intrattenimento letterario patrocinato dal Comune di Catania in collaborazione con la Biblioteca R.Livatino e le Associazioni culturali  V.Paternò-Tedeschi, MarranzAtomo e Sicilia Cori miu, ha ripercorso la tragica storia del Principe di Danimarca protagonista del celebre dramma di William Shakespeare( Stratford  1564-1616) scritto in Inghilterra nel 1601. Tradotto in quasi tutte le lingue del mondo,  la versione dell’Amleto in siciliano ancora mancava. Ci ha pensato Alessio Patti, poeta, scrittore e drammaturgo  catanese non nuovo a queste iniziative visto che nel corso della sua intensa ultratrentennale carriera ha traslato, sempre in lingua siciliana, opere di grandi poeti da  Saffo a Erri De Luca. Ma Patti è stato anche autore di romanzi, antologie e commedie di ambientazione siciliana. Prima di Amletu  ha pubblicato in quattro volumi la traduzione del   Vangelu secunnu Marcu,Luca, Matteu e Giuvanni, tratto direttamente dalla  Conferenza Episcopale Italiana.   Amletu nella traduzione di Patti è un volume corposo. Alla prefazione del poeta e critico Ninni Magrì segue una breve trama prima della messa a confronto tra le due versioni: quella in siciliano con quella in lingua italiana. Nella analisi critica che ha preceduto la recita  svoltasi davanti alla platea che affollava l’’Auditorium  M.G.Cutuli del maniero neogotico di Barriera- Canalicchio, il giornalista pubblicista e scrittore Santo Privitera ha sottolineato due aspetti importanti di questo lavoro. Il primo fa riferimento alla duttilità della parlata siciliana e alla sua inclinazione drammatica che scaturirebbe dalla plurisecolare sofferenza del suo popolo; drammaticità che ben si attaglia –dice- alle tragedie Shakesperiane. La seconda riguarda invece la presunta origine siciliana di Shakspeare.  Dalla inscenata follia di Amleto alla drammaticità del suo isolamento, è facile cogliere similitudini  con il carattere di alcuni personaggi pirandelliani. Tutte le opere realizzate dal Patti”-conclude Privitera-mantengono una naturalezza di fondo che proprio nella nobile  parlata siciliana trovano perfetta sintesi. Gli attori e le attrici che hanno interpretato i vari personaggi dell’ Amletu sono stati, oltre allo stesso autore: Ninni Magrì, Giusy Di Mauro, Rosalda Schillaci e Natalie Cherfrère. La parte tecnica è stata curata da Pino Parisi, Antonio Giuffrida, Gianni De Gregorio, Orazio Minnella e Mario Guillerno. Al termine della serata, la maestra d’arte Francesca Privitera ha donato all’autore una propria opera ispirata al tema.

Nella Foto, l'autore Alessio Patti e il cast.

 

“CARUSO,IL MITO DEL TENORE”

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Una bella mattinata di musica  al Castello Leucatia. Di scena il collezionista e critico musicale Nunzio Barbagallo relatore della conferenza  “Enrico Caruso, il mito del Tenore”. Dalla Romanza d’Opera alla canzone Napoletana, il celebre tenore  ha attraversato un’epoca incantando  le platee di tutto il mondo. Un repertorio vastissimo il suo, che oltre  ai grandi autori del melodramma italiano vissuti a cavallo tra i secoli XIX-XX, comprende quello non meno importante della romanza partenopea. Barbagallo, tracciando la figura umana dell’ artista nato a Napoli nel 1873 e celebrato ai tempi nostri dal compianto Lucio Dalla,  ne ha esaltato in sintesi le qualità professionali. “Caruso”-ci informa  Barbagallo-“nel 1896 si esibì al teatro Bellini di Acireale con la Lucia di Lammemur ( Donizetti), in sostituzione di un collega ammalatosi all’improvviso”. Pur non possedendo una voce particolarmente estesa, il grande tenore napoletano si distinse per la  passionalità oltre che per gli  slanci vocali  intensi. Trasferitosi per qualche tempo in  America,  cantò anche per gli emigranti italiani.  Egli stesso venne definito “L’emigrante dalla voce d’oro”. Il suo volontario allontanamento dalla città  natia lo fece però sentire come in esilio. È stato il primo a comprendere e sfruttare le potenzialità offerte dalle incisioni discografiche cui deve in gran parte il suo rapido e enorme successo. L’oratore, mediante l’ausilio dei supporti informatici, dopo la proiezione di un breve filmato d’epoca ha poi fatto ascoltare una vasta carrellata di brani risalenti agli inizi dello scorso secolo. Nel  corso della sua carriera, Caruso cantò di tutto. Due i filoni inseriti in scaletta: nel primo sono state presentate e commentate le romanze liriche di maggior successo da egli interpretate; nel secondo, le canzoni classiche napoletane del primo ‘900, i suoi cavalli di battaglia che ancora oggi costituiscono  patrimonio del Bel canto. Tornato in terra partenopea, morirà nell’agosto del 1921 a seguito del riacutizzarsi di una laringite degenerativa. La frenetica attività’ artistica unita a una vita sentimentale turbolenta, fini’ per  incidere pesantemente sulla sua salute. 
 
 
Nella foto, il relatore Nunzio Barbagallo.
 

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