Letteratura

"LA ME CONA" di Antonino Bulla

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               LA REDAZIONE DE "IL PRISMATICO" AUGURA AI LETTORI UN CALOROSO E SENTITO

 

                                                      BUON NATALE!

 

        E Dedica una delle più belle poesie scritte del poeta Antonino Bulla

        ( Adrano 1914-Catania 1991)  nel corso di un Natale del suo tempo.

 

           LA ME CONA

         Quattru nnocchi d’aranci e mannarini,

        una cu n’autra mittuti a catina,

      pari ca fannu di virdi di pratu

     tuttu l’artaru di cartavillina,

  mentri di supra, la lumera china

            misa facci cu facci a lu Bamminu,

jnchi di luci lu ferrufilatu

          di spini sparacogni cummigghiatu.

         Non c’è tantu granchè, ma la me cona,

    è la chiù bedda cona ca ci sia,

    pirchì, siddu parramu di Natali,

    Gesù Bamminu, Re di la natura,

    nasciu puvureddu comu a mia.

                                          Antonino Bulla.

 

Traduzione(*)

Quattro fiocchi d'arance e mandarini/ una sopra l'altra incatenati,/sembrano fare di verde prato/tutto l'altare di cartavelina,/mentre di sopra, il lume pieno/messo di fronte al Bambinello/ riempie di luce tutto il fildiferro/di spinoso asparago coperto./ Non è granchè ma la mia Cona,/ è la più bella Cona che ci sia,/perchè se parliamo del Natale,/ Gesù Bambino,Re della natura,/ e' nato poverello come me./

 

(*) La traduzione è a cura di Santo Privitera

SANT'AGATA NELLA LETTERATURA: "Il Quinziano" di Antonio Aniante

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 LA Fede dei catanesi per Sant’Agata, è indiscutibile. Un manipolo di incivili esibizionisti non basta di certo a macchiare una festa che non va elogiata solo per il semplice fatto di essere patrimonio antropologico dell’Unesco, ma per la potente immagine di spiritualità che la figura di Sant’Agata è capace di irradiare nel mondo. Essi, gli incivili esibizionisti, appunto, non si rendono conto che il loro agire è da considerare doppiamente censurabile: per l’offesa arrecata alla Santa e per il danno arrecato all’immagine della città. Senza contare lo sdegno provato dalla stragrande maggioranza dei catanesi allorquando è costretta a rinunciare a partecipare alla festa per non assistere dal vivo a certe “performance” di questi pseudo devoti. Nel tentativo di assimilare tale condotta a certi episodi deprecabili accaduti nel tempo, mi imbatto in quello che nel giugno del 1923 costituì a Catania un vero e proprio caso letterario:  “Il Quinziano”.

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RACCONTO: "Il prestito"

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