CONFERENZA-SPETTACOLO DEL POETA ALFIO PATTI: "L'amore nella poesia visto dalla parte della donna: L'attesa".

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L’attesa, come momento importante dell’esistenza, varia e si trasforma col passare del tempo. Essa può assumere di volta in volta significati più disparati, finendo, se coniugata al femminile, per diventare simbolo stesso della vita. E’ questo il senso della conferenza-spettacolo “L’amore nella poesia siciliana visto dalla parte della donna: L’attesa”, ideata e condotta per il Centro culturale “V.Paternò-Tedeschi”, dal poeta e critico sicilianista Alfio Patti(nella foto). L’oratore, raffinato cantore della purezza lirica, si sofferma sulla sensibilità individuale, sicura fonte di ispirazione. Soggetto-oggetto è la donna, creatura divina per eccellenza, capace di vivere l’amore con una sensibilità diversa rispetto all’uomo, più sottile e spirituale. Quando c’è di mezzo l’amore, l’attesa diventa irrefrenabile desiderio di qualcuno a cui donarsi con i sensi e con l‘anima, fino a trasformare quel dolce spasimo che l’attanaglia, in delicata poesia.  

E’ quello che è successo alle tre poetesse: Graziosa Casella, Caterina Nella Ajello e Agata D’Amico ( contemporanea, quest’ultima, e presente in sala). L’oratore ne abbozza la vita e le opere, non senza trascurare il prezioso contesto linguistico e poetico catanese in cui sono maturate. Il filo conduttore che accomuna le tre donne è sempre l’amore. Un amore vissuto in maniera diversa però; in epoche diverse, dove gli usi e i costumi hanno verosimilmente inciso e condizionato non poco “l’aspettativa” d’amore delle nostre autrici.

Graziosa Casella (Catania 1910-1960), all’età di quarant’anni si innamora perdutamente di un giovane ventottenne. Dodici anni di distanza tra un uomo e una donna, a quell’epoca erano tanti.

Il fatto che la donna fosse sposata e separata, scandalizzò fortemente l’opinione pubblica. La Casella perciò, ormai sulla bocca di tutti, fu costretta a vivere il proprio amore senza mai uscire allo scoperto. Lo coltivò, lo protesse, lo maledisse, lo immortalò. Un’attesa, la sua, piena di interrogativi e di rimpianti che sfociarono nella realizzazione dell’opera “Autunnu e Primavera”, misteriosamente scomparsa da tutti gli scaffali. Solo pochi struggenti sonetti di questa silloge sono rimasti in circolazione; uno dei quali è stato lo stesso Alfio Patti a musicarlo: E’ veru, s’avissi diciott’anni,/ o puru vint’ottanni, comu a tia,/ non li patissi tanti disinganni,/ nè mi vinissi sta malincunia./ (…)  Se sotto l’aspetto stilistico Graziosa Casella è da considerare una poetessa dalla metrica quasi perfetta, lo stesso non si può dire per l’altra poetessa catanese: Caterina Nella Ajello. Il tema è  simile ma cambia l’epoca e  la forma espositiva. Il linguaggio è più “rude” segno evidente di una cultura alquanto limitata. Caterina Nella Ajello si esprime in verso libero e mette in poesia le nuove tecnologie che sino ad  allora non erano mai apparse. Adesso la donna ( sposata) non aspetta più l’amante davanti la finestra, ma su una macchina. Arditamente lo cerca dopo la lunga assenza di questi: “”Tri misi su’ tri misi ca t’aspettu/ ma tu non veni chiui all’appuntamentu/ ferma a lu stissu puntu cu la machina/ vardu, ma tu non veni. (da: L’ultima notti ca t’aspettu. In “Le più belle”, Catania 1985 ).

Infine, Agata D’Amico, “la poetessa dall’amore ricercato” come sottolinea il Patti. Anche lei catanese, a differenza dalle altre due, però, vive felicemente con la famiglia. Con Agata D’Amico, il concetto d’amore cambia radicalmente; il suo è un amore vissuto alla luce del sole, che spazia ad ampio raggio tra il forte amore paterno, quello intenso vissuto per il marito Carmelo e quello spirituale e..infinito per Dio creatore. La D’Amico è una poetessa del nostro tempo, certamente più emancipata delle altre; dotata di un linguaggio lineare, diretto. La sua prima silloge fu “Si ju fussi na’ rosa”. "All’attesa" ha dedicato un’intera silloge: “Aspittannu” (1998).Qui, Agata d’Amico si fa ombra, “pinna d’aceddu” per non pesare alla persona amata. Si fa rosa per poi essere spampinata, si fa “sustegnu”, “vastuni” per l’uomo che ama e da cui pretende di essere amata. E' una continua tensione, la sua, verso un amore che sembra trascendere la stessa realtà.

Alfio Patti, imbracciata ancora la sua  chitarra, non si discosta che leggermente dal tema. Dopo l’esecuzione di “Sonnu d’amuri” su testo di Agata D’Amico, conclude con uno struggente motivo da egli stesso musicato su testo di Aldo Motta:  “Sutta l’archi non chiuveva”.

 

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