FILOSOFIA: SCEGLI TU QUALE SARA' IL TUO GIORNO(ORAZIO, ODI I.11)

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Qual è l’invito che, nel carme undicesimo del libro primo delle Odi, Orazio rivolge a Leuconoe, la donna inesperta della vita, che consulta gli oroscopi per conoscere quale limite gli dei abbiano posto alla vita sua e del poeta, a quanto ammonterà la somma finale dei loro giorni? 
“Carpe diem” (v. 8), la esorta Orazio, “cogli il giorno”, l’oggi, l’attimo che si può afferrare di un tempo ostile che fugge via veloce da noi, che si è già dileguato e perso mentre che noi parliamo. Smettiamo dunque di porre domande che, essendo senza risposta, ci angosciano, filtriamo dal fluire inesorabile del tempo, così come si purifica il vino, i momenti di piacere e godiamone oggi, riconoscendo quanto sia ingenua la nostra fiducia nel futuro. 
Ma così rendendolo, interpretiamo al meglio il pensiero di Orazio? È il suo ‘carpe diem’ un invito a godere del presente, non curandosi del futuro? 
A mio parere Orazio non ci esorta ad assumere un atteggiamento edonista, volto a strappare momenti di felicità ad una vita che vola via più veloce delle parole, che ci sfianca con affanni e dolori, come fa l’inverno con il mare spingendo le sue onde ad infrangersi contro le scogliere. ‘Carpere’ significa anche ‘scegliere’, ‘carpere viam’ è ‘incamminarsi per una strada’, ‘percorrere una via passo a passo’: ecco dunque che ‘carpe diem’ assume così il senso di ‘scegli tu quale sia il tuo giorno’, ‘incamminati lungo la vita, vivendola giorno dopo giorno’. Orazio ci invita dunque non a un godimento, che sarebbe in realtà frutto di disperazione, ma ad una progettualità che dia pienezza alla vita. 
Cosa fa l’ingenua Leuconoe? 
Consulta gli oroscopi, investiga sulla loro attendibilità, cercando in essi risposte alle sue domande sulla vita, sulla sua durata, sul tempo concesso. Ma queste domande non solo non possono avere risposte, ma è sbagliato porle; anzi, il porle è empio perché va contro la provvidenza divina che ci vieta di conoscere il futuro (cfr. Odi, III, 29, vv. 29-32): tale conoscenza, infatti, non ci aiuterebbe affatto, perché sapere che un tempo lungo ci è concesso, ci indurrebbe a rimandare, che un tempo breve ci è dato, ci sconsiglierebbe di intraprendere; allo stesso modo, conoscere gli eventi futuri, le conseguenze, positive e negative, delle nostre azioni, oltre la nostra più acuta immaginazione, non faciliterebbe le nostre scelte, ma al contrario le renderebbe ancora più difficili, al limite paralizzanti, perché troppi sarebbero gli elementi di cui tener conto, al di là delle nostre possibilità. 
Messi da parte gli oroscopi, dunque, Leuconoe affronti gli eventi che la vita le mette innanzi giorno per giorno: così farà esperienza che essa è un gioco della sorte, che alterna per noi beni e mali, gioie e dolori. Il tal modo acquisterà la vera conoscenza, quella saggezza che è necessaria per affrontare il mare in tempesta con la nostra fragile barca, pronta ad infrangersi contro gli scogli. 
Immersi in una esistenza del tutto incerta, nei suoi eventi e nella sua durata, tuttavia noi possiamo far nostro, vivere per noi utilmente, secondo una scelta di vita consapevole, quel tempo, qualunque sia la sua estensione, che ci è concesso, sottraendolo così alla mera uniformità e indifferenza del fluire, coscienti che tuttavia esso scorre, che non conviene né attardarsi né fare progetti troppo ambiziosi, perché domani potrebbe essere già tardi o non esserci. “Sapias, vina liques et spatio brevi/spem longam reseces” (vv. 6-7), “Sii saggia, filtra il senso della vita così come si filtra il vino, tocca a te farlo, ma metti le tue speranze, i tuoi progetti in uno spazio breve”: questo dice Orazio alla sua Leuconoe. “Tu ne quaesieris…finem” (v. 1), “Non chiedere quando sarà la fine della tua vita”, dalle tu invece un fine, uno scopo (finis) che possa essere realizzato. “Carpe diem”, “decidi tu come sarà il tuo giorno!” 
Ad un personaggio di più alto rango, Orazio dice: “Quod adest memento/ componere aequos” (Odi, III, 29, vv. 32-33), “Pensa a mettere in ordine il presente con animo sereno”, ma “componere” significa anche “comporre, costruire” e “quod adest” “ciò che viene, che si avvicina”. È lo stesso invito, in forma più solenne, del “carpe diem”.
Salvatore Daniele, in Anthos, Algra editore, Anno 2 numero 1-2, dicembre 2013.