LA FONTANA DEL TONDO GIOENI

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A lu peggiu  non c’è fini/siddu parramu de ru’ lavandini!!!. Ancora sulla fontana del Tondo Gioeni!!?? Ma è diventato un vero e proprio tormentone! Come se non bastassero le “miracolose” abluzioni per la crescita dei capelli e le “nuotate” dei bambini con tanto di pinne e salvagente, ora entrano in scena anche loro:  I  poeti.  Così accadde  nel lontano ‘800 con la fontana fatta costruire a piazza Stesicoro per imbrigliare le acque del Mulino dei Manganelli ubicato nella vicina via delle fosse(oggi di Sant’Euplio). E lu populu cuntrasta siddu è funtana o scolapasta ebbe a ironizzare in quella occasione il poeta dialettale Ardizzone. Quella fontana tanto invisa ai catanesi venne poi demolita per fare posto al monumento a Vincenzo Bellini, pregiata opera dello scultore Giulio Monteverde. Da allora, quanta acqua è passata sotto i ponti!  Lunga vita alla Fontana fortemente voluta dall’amministrazione Bianco che, ahimè, sembra però essere scivolata proprio su quelle straripanti acque dopo l’abbattimento del rimpianto cavalcavia.  Anche qui il poeta c’ha messo lo zampino pontificando:  A  Lu Giueni lu ponti abbatteru  e  i citadini s’ammalignaru/Non c’è chiù versu di tunnàri arreri/cummeni megghiu  transitari a peri!(…). Quando si dice  la liscia. Le amministrazioni catanesi nell’arco dei secoli sono stati i primi a ispirare, sia pure involontariamente, i poeti satirici. Lo hanno fatto attraverso provvedimenti edilizi  e non solo, spesso discutibili;  in molti casi difficili da mandare giù. . Ne hanno per così dire stuzzicato la vena. La storia parte da lontano. Subito dopo il terremoto del 1693, il duca di Camastra redattore del primo piano regolatore, per dare maggiore respiro alla città tracciò strade più larghe. Fu costretto quindi ad abbattere quei pochi edifici rimasti in piedi. Alla domanda Cu distruggiu Catania?, la risposta fu solo una:  Parti Diu, parti Camastra. Da qui il famoso detto.  Alludendo all’abusivismo che a Catania e provincia non è mai mancato,  nei primi decenni del ‘900 il poeta che si celava sotto lo pseudonimo di Mauro, osservava: Spuntan case come funghi/tra la lava tutta nera,/e Catania par si allunghi/ notte e giorno, mane e sera./ Mentre i fatti di cronaca nera trovavano spazio tra i cantastorie, quelli relativi alle complicate vicende dei  monumenti cittadini trovavano spazio invece nei tanti giornali satirici nati  tra i secoli  XIX e XX.  Protagonisti poeti, scrittori  giornalisti e semplici cittadini. La vicenda del monumento a Garibaldi fu parecchio complicata. Il dibattito si fece serrato e senza esclusione di colpi. Duro’ ben  10 anni la contumelia: dal 1910 al 1920.  Si trattò di dare una collocazione alla statua dell’eroe dei due mondi. Il monumento fu malvisto non soltanto per motivi politici ma anche per ragioni estetiche. Ciascuno  “ci rattò” con poca riverenza: “Panzuni” e “Pupazzu di bronzu” furono due epiteti da considerare  perfino benevoli. Prima di approdare definitivamente alla confluenza tra le vie Etnea e Caronda dove a farne le spese fu l’artistica edicola Pettinato, era stata proposta per Piazza Mazzini prima e per piazza Manganelli dopo.  Nulla di ciò. I cittadini protestarono vivacemente perché ritennero la statua un vero e proprio “Obbrobrio ”. Alla fine venne deciso di collocarla a Piazza Cutelli. Per tale motivo venne abbattuta  l’artistica colonna in marmo dal possente basamento. Un vero peccato. Apriti cielo! I civitoti alzarono subito le barricate. Un anonimo mise mano alla penna: (…) Progetti ce ne sono in quantità/ ma fino ad oggi, questo solo è certo/ non s’è innalzato e non s’innalzerà./ Fine della corsa. Dal Tempio al Borrello, dal Martoglio a Cicciu Buccheri Boley Catania sembra essere stata baciata dalle Muse.  Chi per un verso chi per l’altro, in modo del tutto naturale finì per  convertire  la propria rabbia in raffinata letteratura. Il dialetto era un modo efficacissimo per colpire meglio il bersaglio. Molti poeti popolari dediti ai mestieri più umili, non sapendo ne leggere né scrivere non lasciarono purtroppo nulla della loro produzione. Più che la fama vi lassu ‘a me fami disse un vecchio carrettiere soprannominato “Minniali”  alla pletora di ragazzini  che lo attorniava durante le sue improvvisate esternazioni poetiche.  Ultima annotazione. Abbattuto  il Cavalcavia del Tondo Gioeni(La lingua batte dove il dente duole),  il “Nuovo che avanza” sta tutto nella  tanto discussa  Fontana del Mirone. Essa si staglia come quinta scenografica al termine della Via Etnea, quasi a  colmare un vuoto estetico nell’area. A sporcarne l’immagine concorre però la dissennata palificazione tutt’oggi esistente.  Uno di questi pali,  posto al centro,  sembra “Spaccare”  il monumento a metà. Possibile che nessuno dei tecnici  preposti alla sua progettazione non ne abbia considerato il pessimo  effetto!!?  E qui ci soccorre ancora  una volta il poeta:  Li pali di la luci ca ci su/ ni fanu minnitta di la vista sò/ e ‘i citadini ancora siddiati/ s’addumannunu cu foru sti scinziati!”  

 

Pubblicato su La Sicilia del 19.08.'18

 

 

   

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