COSI DI CATANIA: "Alla Salma di Mario Rapisardi rubarono le scarpe"

Share

A cento anni dalla scomparsa, ricordiamo Mario Rapisardi (Catania 1844-1912). Questo poeta che a cavallo che tra l' Ottocento e il Novecento fu tra più importanti, merita approfonditi studi. Di lui si è detto e scritto tanto, ma, forse, non è ancora abbastanza. Sulla sua figura di uomo e di poeta ci torneremo, questo è certo. Intanto citerò un episodio che ha del grottesco. Il protagonista è ancora lui: questa volta, però, da morto. "Cose di Catania" diremo. L'ormai famoso "detto", qui ci sta tutto. Quando nel tardo pomeriggio del 4 gennaio del 1912 nella sua casa della Badiella il poeta si spegne, la città si veste a lutto. Intellettuali, studenti universitari e perfino popolani, vollero rendere omaggio al poeta che meglio di tanti altri  seppe inneggiare coi suoi versi alla libertà di pensiero. Il funerale fu davvero imponente. Il feretro del “Vate” , dopo essere stato portato a spalla dai suoi studenti per un lungo tratto di V.Etnea, venne adagiato sulla settecentesca Carrozza del Senato per essere trasportato fino alla Casa comunale dove sosterà per alcuni giorni. Prima di allora, lo stesso privilegio era toccato alle spoglie di Vincenzo Bellini di ritorno nel 1876 da Puteux. Spirava un vento fortissimo, quel giorno, e per  molti  cittadini quello fu un segno sceso dal cielo a riprova della natura esoterica  del “genio”. (Nella foto, il monumento funebre di Rapisardi nel cimitero di Catania).

 Ciò che accadde dopo, però, ha dell’incredibile. Niente a che vedere con il fastoso funerale. Anzi. “Finita la festa, gabbato lo Santo” si dice dalle nostre parti. E’ vero. Così si verificò che la Salma del Rapisardi, sottoposta al procedimento di imbalsamazione, giacque  “dimenticata” per ben cinque anni in attesa di essere tumulata. La denuncia partì dal Magnifico Rettore dell’epoca, Prof. Giuseppe Majorana ( a sua volta informato dal presidente della Società di Storia Patria, prof. Vincenzo Casagrandi n.d.r.) direttamente dalle colonne del “Giornale dell’Isola”. La lettera datata  29.gennaio 1917, conteneva un resoconto piuttosto dettagliato circa le condizioni in cui si sarebbe trovato il corpo dello “scomodo” poeta inviso alla Curia e ai politici anche da morto. Rapisardi, per affermare le proprie idee liberali, si era creato non pochi nemici. Nel 1877, il Cardinale G.B. Dusmet  mise al rogo una sua opera:  “Il Lucifero”. E come a non pensare alla feroce polemica  col Carducci? Il poeta Catanese si scontrò perfino con Giovanni Verga ma, in questo caso, per questioni attinenti alla sfera familiare.

Nel proporre al Sindaco alcune soluzioni allo scopo di porre fine allo scempio, Majorana, alquanto sconcertato, si lamenta: “ La salma-dice- trovasi in luogo e modo impropri e indecorosi nella casa del deposito e che i topi sono giunti a scalfire il viso del poeta (…) perfino le scarpe nuovissime, che il discepolo Santino Scandurra aveva scelto fra le migliori della sua calzoleria e che aveva egli stesso calzate ai piedi gelidi del grande Maestro, non furono più trovate l’indomani: erano state rubate.” (…)   “Inoltre- rilevava a margine lo scrivente-già durante i funerali si erano verificati ruberie di ogni tipo (borseggi, aggressioni ecc.) a causa dello scarso servizio d’ordine”. Accuse molto gravi, queste, che suscitarono un vespaio di polemiche. Sotto processo finirono i partiti politici, rei-secondo l’opinione pubblica- di essere stati colpevolmente passivi e di aver taciuto “ad arte” sulla questione. Non valsero le smentite da parte comunale, né le rassicurazioni di pronto intervento. La fitta corrispondenza aperta alla pubblica lettura, cessò appena furono chiare le responsabilità. L’intervento del Rettore produsse tuttavia i suoi effetti. Attraverso una pubblica sottoscrizione, furono raccolti i fondi necessari per la costruzione di un monumento funerario. Complice la guerra in corso e gli stravolgimenti politici che ne seguirono, passarono però ancora diversi anni perché la salma dell’illustre defunto trovasse adeguata sepoltura. Una sorta di “arca” stilizzata svettante da basamenti in pietra lavica, venne costruita a poche decine di metri dal deposito mortuario. E’ lì che ancora oggi riposa il corpo del “Vate”; dove inizia “il viale degli uomini illustri”. Sul piccolo mausoleo spiccano i versi siciliani del poeta Saro Lizzio: “Sta giusta urna chiudi lu to’ corpu/ ma lu munnu non chiudi lu to’ nomu./

 

 

Informazioni aggiuntive