Recensione libri

LA RECENSIONE: " LA VANEDDA DI LI FAULI" di Lia Mauceri

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Il valore educativo delle fiabe è insostituibile nella formazione educativa del bambino. La letteratura favolistica è stata alla base di ogni insegnamento pedagogico. Le nostre nonne con i loro racconti stimolavano la fantasia con l’intento di proiettarla verso valori come la giustizia, lavoro e carità. Lo sa bene Lia Mauceri che nel suo libro “La vanedda di li fauli” edito da A &G. ha raccolto 15 fiabe in dialetto siciliano traducendole poi in lingua. Una soluzione letteraria vivacizzata da detti, cantilene e motti che rifacendosi alla tradizione orale tipicamente popolare, tende anche alla rivalutazione del nostro dialetto sotto il triplice aspetto storico, sintattico e lessicale. Non a caso l’autrice ne approfitta per dare “lezioni” di fiabe ai nipoti come si faceva una volta. Da Esopo a Fedro da Venerando Gangi a Luigi Capuana, sono stati tanti gli scrittori e poeti che si sono occupati di questa materia. La letteratura per l’infanzia in questo scenario storico”- come sostiene Milly Bracciante nella prefazione all’opera- “può inserirsi, soprattutto oggi, come operazione linguistica volta a recuperare e conservare la lingua siciliana.” Le fiabe sono figlie del loro tempo, è vero, ma possono essere apprezzare anche dagli adulti se esse aiutano ad alimentare i sogni. In una società che cede sempre di più alle armi della distrazione di massa, la fiaba può costituire un efficace strumento catartico, un efficace deterrente che evita il sorgere di pericolose fobie. In chiave didattica può essere addirittura una vera opportunità da trasferire nelle scuole e nei teatri. Il dialetto scritto nella sua forma grammaticale corretta, diventa scorrevole e di facile lettura come in questo caso. In tale contesto l’autrice esperta filologa e raffinata narratrice non trascura gli antichi termini caduti in disuso. Essi studiati alla radice costituiscono prezioso patrimonio culturale da tramandare.

LA RECENSIONE: "PIU' FORTE DEL SILENZIO" Di Anna Costorella

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 “Più forte del silenzio” è un romanzo che si ispira a un fatto realmente accaduto. L’autrice siculo-ferrarese Anna Costorella, alla sua seconda fatica letteraria, ha iniziato a cimentarsi nella scrittura solo in età matura dopo un lungo tirocinio che gli ha consentito comunque di conseguire segnalazioni e riconoscimenti in vari concorsi letterari.“Più forte del silenzio” è una poetica cronaca “on the road” dove alle meraviglie della natura e dei paesaggi unite alle bellezze artistiche dei luoghi, si fondono storie di personaggi indelebili; di solitudini intense che attraversano insieme brevi percorsi di vita. Nitido ed essenziale nella scrittura, il lavoro è un continuo scavo nell’inconscio dei personaggi. Nei continui flashback del protagonista, realtà e sogno finiscono per coincidere sconfinando perfino nel paranormale. Nei diciotto brevi capitoli in cui si articola il lavoro, diversi temi di estrema attualità si intrecciano tra loro. Dalle dinamiche familiari al rapporto con gli animali domestici; dalle considerazioni sull’ aborto a quelle sulle adozioni, i temi politici e quelli religiosi sono soltanto appena sfiorati. Adriano Aloisi,il protagonista, è un rappresentante di biancheria intima che soffre di una lieve forma di balbuzie. Un problema nervoso, il suo, frutto di una educazione rigida e opprimente. Durante una vacanza in Andalusia si innamora di una ragazza e per la prima volta viene ricambiato. Ines Katakis, sensuale creatura di madre spagnola e padre greco, diventerà sua moglie. Trent’anni dopo, in seguito alla morte di lei e alla fuga in Sudamerica dell’unico figlio Diego, bello e dannato, decide di abbandonare l’Italia per trasferirsi in Spagna. Lo fa per ricongiungersi idealmente a Ines in un percorso che si rivela catartico ed essenziale per ritrovare se stesso. Il finale ci riserva una soluzione inaspettata e quasi paradossale.

 

 

 

Pubblicato su La Sicilia del 17.10.2018

 

NE PARLIAMO QUANDO TORNI

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RECENSIONE                   “NE PARLIAMO QUANDO TORNI”

                                          di MARIA GRAZIA DISTEFANO

 

 

“Ne parliamo quando torni” (Ediz. Kimerik - 204 pagg. - euro 12,60) fresco di stampa e di presentazione ufficiale, è il romanzo d’esordio firmato da Maria Grazia Distefano ma non la sua prima opera. Già nota e navigata scrittrice di racconti brevi, l’autrice vanta due precedenti pubblicazioni. Ha debuttato nel 2012 con una raccolta intitolata “Pagine di vita” Ediz. Montag alla quale ne è seguita una seconda dal titolo “Via vita” Ediz. Montag nel 2014.

L’autrice siciliana, moglie e mamma, vive e opera in provincia di Catania come pedagogista, come docente di scuola primaria e come esperta di problemi di coppia, visto che tiene anche corsi di formazione per adulti. Nonostante i nutriti impegni quotidiani, riesce a trovare il tempo per dedicarsi alla scrittura. La sua passione per la narrazione affonda le radici nelle letture giovanili e sfocia in età adulta nel bisogno di confrontare il proprio talento con quello di altri autori del panorama culturale. Partecipa a numerosi Concorsi Letterari nazionali dove ottiene segnalazioni, premi e pubblicazioni.

“Ne parliamo quando torni” è un sorprendente romanzo in cui, con garbo e competenza, si approfondisce il tema dell’infertilità di coppia. Scavando magistralmente nel travaglio intimo dei due personaggi principali, l’autrice esamina l’argomento da due angolazioni opposte: maschile e femminile, offrendo al lettore lo spunto per una ricca e profonda gamma di riflessioni. Con un’abile trama a tratti comica e in altri drammatica, intessuta di flashback e metafore, con un linguaggio fluido e adeguato, l’autrice ci accompagna nel penoso mondo della maternità difficile.

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GIAMMERGHI DI SITA Storie di personaggi e pecchi catanesi

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Come un vestito ben indossato il “pecco” la dice lunga sulla identità del popolo catanese. Nomignolo, soprannome o “ingiuria” che dir si voglia, l’attribuzione di un terzo elemento, a volte sostitutivo del nome e cognome originario, affibbiato a un individuo, gli dona un’identità ben precisa agli occhi della comunità. Il passaparola lo sancisce, il suo uso lo rafforza. Qualunque sia il motivo per quale si attribuisce, intento scherzoso, satirico, polemico, spregiativo o offensivo, il “pecco” è unico, parla della storia personale di chi lo indossa, del quartiere in cui vive, delle caratteristiche fisiche o psichiche di una persona. Il senso antropologico di questa etichetta porta alle origini della nostra storia. Una storia fatta di personaggi affascinanti, conosciuti per difetti e virtu’ in una Sicilia che, in modo colorito e spontaneo, rende riconoscibili i suoi abitanti. Santo Privitera, scrittore, storico e giornalista (nel suo curriculum anche i pecchi di ’u poeta” e “scippatesta”), raccoglie “ingiurie” da leggere tutte d’un fiato. Dopo il successo del suo primo lavoro “I pecchi a Catania” (2007), in cui si scopre che anche il sindaco di allora, Umberto Scapagnini, aveva il suo “pecco” – Sciampagnini – l’autore rispolvera un’usanza antica e la mette nero su bianco.

 

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LA RECENSIONE: "GIAMMERGHI DI SITA" Di Santo Privitera

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Buongiorno.
Mi presento: sono ‘Sandro, u duttureddu‘ ma qualcuno mi conosce come ‘Ale de libri’. Luigi, il mio babbo, è ‘cuzzola friuta’ mentre mio zio, suo fratello germano, è Nicola ‘nikki-nakki’. Provengo dal canalicchio e colà dimorano ancora i miei avi, non lontano dalla casa di Agostino,’tutte le mosse’, da quella di Angelo ‘trigghia’ e di don Pippinu, ‘fimminedda’. Son qua perchè intendo oggi soffermarmi su ‘Giammerghi di sita. Storie di personaggi e pecchi catanesi’ (pg 163, Algra Ed, €15), l’ultima dotta fatica di Santo Privitera. Egli, nato a Catania cinquantasei anni orsono, da giovane ‘scippatesta’, ora è per tutti ‘Santu, u pueta’. Il suo nuovo libro, interamente dedicato alla città marca ‘liafanti’ governata daccapo da ‘Enzu,‘u ciuraru’, trasuda ironia e umanità. Non già una semplice elencazione d’ingiurie, ma una spettacolare quadreria di nomignoli in fila indiana e insieme un divertente saggio di storia urbana.
Con un irresistibile espediente letterario, l’autore ci conduce a passo svelto tra pescheria, civita, fera ‘o luni e san Berillo. Ci presenta sia i personaggi di una volta (‘Miciu ‘u carritteri’,l’ingegner K2’,Anna accupu’Iachinu isa a petra’,) che quelli di oggi (‘Saru l’aifonni’,Massimu tri tacchi’,Turi on line’). Giammerghi di sita’ è uno spaccato di vita popolare all’ombra del pennacchio etneo fumante, un gustoso almanacco frutto di dettagliate ricerche culturali sulla nostra isola a tre punte. Di più, una tavolozza colma di scenette di vita dove ogni pseudonimo si trascina un aneddoto e una miriade di avvenimenti tragici, esilaranti o curiosi, torbidi ma mai incolori.
«Il soprannome ,– lo dice Giuseppe Pitrè- è spesso il vero nome col quale la persona e la famiglia sono conosciute. Prima di essere tale fu una parola, un motto, una facezia uscita di bocca; una qualificazione improvvisamente applicatagli da un altro, l’espressione di un’usanza. Agnomi addentellati nei difetto corporali, nelle abitudini

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