GIAMMERGHI DI SITA Storie di personaggi e pecchi catanesi

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Come un vestito ben indossato il “pecco” la dice lunga sulla identità del popolo catanese. Nomignolo, soprannome o “ingiuria” che dir si voglia, l’attribuzione di un terzo elemento, a volte sostitutivo del nome e cognome originario, affibbiato a un individuo, gli dona un’identità ben precisa agli occhi della comunità. Il passaparola lo sancisce, il suo uso lo rafforza. Qualunque sia il motivo per quale si attribuisce, intento scherzoso, satirico, polemico, spregiativo o offensivo, il “pecco” è unico, parla della storia personale di chi lo indossa, del quartiere in cui vive, delle caratteristiche fisiche o psichiche di una persona. Il senso antropologico di questa etichetta porta alle origini della nostra storia. Una storia fatta di personaggi affascinanti, conosciuti per difetti e virtu’ in una Sicilia che, in modo colorito e spontaneo, rende riconoscibili i suoi abitanti. Santo Privitera, scrittore, storico e giornalista (nel suo curriculum anche i pecchi di ’u poeta” e “scippatesta”), raccoglie “ingiurie” da leggere tutte d’un fiato. Dopo il successo del suo primo lavoro “I pecchi a Catania” (2007), in cui si scopre che anche il sindaco di allora, Umberto Scapagnini, aveva il suo “pecco” – Sciampagnini – l’autore rispolvera un’usanza antica e la mette nero su bianco.

 

Prosegue la ricerca certosina con “Giammerghi di sita – Storie e personaggi di pecchi catanesi” (Algra Edizioni, pg 163) ricordando le parole dei nonni: “Stai attento a come cammini, sennò ti mettono il pecco”. “Giammerghi di sita” era l’antico pecco col quale i catanesi venivano identificati nell’800. Fa riferimento alla moda di indossare giacche di seta, anche quando i tempi erano magri. Già la copertina parla di una storia, quella del “re” dei pecchi “Pippo pernacchia” (raffigurato con una caricatura di Alfredo Danese). Un personaggio che ha già incuriosito altri scrittori, come Mimmo Trischitta, Aldo Motta e Salvatore Scalia. E’ un catanese doc, uno dei più riconoscibili. In Via Etnea “Pippo” (Giuseppe Condorelli), munito di medaglie e medagliette, svolgeva la sua funzione sociale: metteva a disposizione degli altri una “pernacchia” e riportava con i piedi a terra politici e altezzosi. 60 pecchi solo del quartiere “Barriera-Canalicchio”, non un libro caricaturale ma antropologico, spiega l’autore. Storie di personaggi che hanno lasciato il segno, hanno dato un’impronta al quartiere in cui vivevano e con una battuta scanzonata hanno rappresentato il mondo circostante in modo fedele e senza troppi giri di parole. Santo Privitera ci consegna un mondo che rischia di perdersi. Senza memoria la tradizione non esiste. Troviamo storie di uomini, noti e meno noti, che hanno segnato un’epoca. Troviamo “ingiurie” bizzarre, civettuose o raffinate, suddivise in ordine alfabetico e corredate in alcuni casi di foto storiche. Il mondo cambia e i pecchi si evolvono. Quelli legati ad antichi mestieri, come “Turi ‘u camionista, “Tanu l’Umbrellaru”, “Pippu l’ammuarru”, lasciano spazio a “Turi on line” o “Saru l’aifonni”. Basta andare alla nostra Pescheria di Catania - l’autore l’ha fatto personalmente - per scoprire un mondo di “ingiurie” di tutto rispetto. 

Il “pecco” rappresenta la voce del popolo e quale miglior modo per scoprire l’identità di una terra?  

 Silvia Calanna

 

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