Storia e tradizioni popolari

'A PISCARIA

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Si chiede a gran voce la riapertura al traffico del tratto finale di via Dusmet che conduce alla pescheria: ma che importa? A Catania tutte le vie del Centro storico portano ‘a piscaria. Con la macchina, con l’autobus, con la vespa o con la moto ape( ‘a lapa) come vuoi andarci ci vai. Il mercato storico per eccellenza, tra i più frequentati al mondo, risale agli inizi dell’800. Nacque in prossimità della Marina per motivi logistici, ma col trascorrere del tempo è diventato punto di riferimento per i catanesi e meta ambita per i turisti di tutto il mondo. Il nucleo principale si formò a ridosso della Fontana dei sette canali, poi via via è andato espandendosi fino “ ‘o ntrizzu” p( chiesa dell’indirizzo) per consentire tra le adiacenti viuzze la vendita di tutte le altre mercanzie. Piazza Alonzo di Benedetto? No; pochi la conoscono col suo vero toponimo dedicato al famoso architetto che contribuì alla riedificazione di Catania dopo il devastante terremoto del 1693. Unni jemu oggi? ‘A piscaria! Luogo di commercio ma anche di bivacco; non è mai stato punto di semplice transito perché chi ci va è solito intrattenersi. Unendo le fastosità del Barocco al colore delle Basole laviche e al calore dei suoi frequentatori, ‘a piscaria ‘e tutta da da godere. “ Si vai ogni ghiornu ‘a Piscaria, ni godi u sensu e a menti si svaria” scriveva il solito anonimo poeta in giro per la città . Come non dargli ragione quando vedi tutta la gente stazionare appoggiata alla ringhiera della banchina di sopra. Sono turisti, pensionati, disoccupati che in qualche modo devono passare la propria giornata. In ogni modo il bello è attraversare la piazza zig zagando tra le cassette dei pesci; le stesse che qui a Catania meglio conosciamo col termine di casciola. Anche quando ti sporchi i piedi di fanghiglia, ne vale la pena. Attenti però ai “bossaioli”( borseggiatori) che si mimetizzano tra la folla per scippare i portafogli agli ignari e sprovveduti avventori. Uno di essi fu Puddu Cisca, vero maestro nell’ “arte” del borseggio. Visse intorno agli anni ’30 dello scorso secolo, lasciando purtroppo un cospicuo ricambio di mariuoli come lui. I marinai che vi stazionano sono quasi sempre gli stessi; non li conosci mai con i loro nomi e cognomi ma con i pecchi: Spacchidda,, Terremotu, ‘Vavvarussa, ‘ ‘u Suggi sono i primi che incontri appena esci dall’arco che da’ sulla piazza. Il ricambio generazionale però avviene regolarmente; è possibile notarlo dai giovani che sostituiscono i più anziani. Andando a ritroso nel tempo, riecheggiano le antiche vanniate. Ognuno aveva la sua. Voci squillanti, baritonali, ma anche rauche. Quella dei bambini faceva tenerezza. “Ossa ciaura ca c’ammogghiu” oppure: “vivi vivi su: vaddatili ntra l’occhi e ntra li Jaggi!” erano le più comuni. Nella mitica cartapaglia di color marroncino si incartavano i pesci; il marinaio con solerte rapidità pesava il prodotto e poi via alla contrattazione. Quando c’erano i vaporta, per i più anziani era tutta un’altra cosa. Erano ragazzi poverissimi che per guadagnarsi da vivere portavano a domicilio degli acquirenti la “uzza” (borsa) con la spesa. Quasi gliela strappavano dalle mani per accaparrarsi il lavoro. Se li conoscevi, la consegnavi al primo che ti capitava davanti. Fare una scelta, a volte diventava doloroso. Andavano di fretta per guadagnare di più, perché anche tra di loro c’era agguerrita concorrenza. In inverno li vedevi con la solita canottiera, esposti all’acqua e al vento; correvano per non sentire addosso i rigori del meteo. Lavoravano sempre per qualche spicciolo e non avevano il tempo di annoiarsi. Nessuno ha mai più occupato il loro posto. È proprio i vaporta ispirarono il celebre poeta satirico Cicciu Buccheri Boley autore della lirica “ Non c’è cchiu’ munnu: “All’autru jornu nta la piscaria a vuoi forti dissi: Cavaleri! …si nni vutanu sull’Onuri miu ‘na cinquantina davanti e d’arreri. Ma chiddu ca mi fici stranizzari fu ca ‘ n vaporta si vuto’ macari!

 

Nella foto, " 'A Piscaria" in una illustrazione di Francesco Raciti

 

 

 

 

 

STORIA DI PECCHI A CATANIA: COMU TI SANU SENTIRI?

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L’hanno già ribattezzata Il muro del pianto.  Sorta al posto del Cavalcavia del Tondo Gioeni, la fontana ancora in costruzione ha già il suo bel nomignolo. Nomignolo, pecco, ‘n giuria, chiamiamola come vogliamo, tanto la sostanza non cambia. Il cittadino catanese, unico al mondo per liscìa, le cose Comu ‘i viri ‘i scrivi.      E così che nell’antica toponomastica registriamo siti meglio conosciuti col loro Soprannominu‘L’avvulu rossu, ‘u chianu ‘a statula, ‘a Potta Jaci, ‘a Badiedda e così via. Esiste persino ‘a vanedda ‘i cacati, perfettamente accessibile, malgrado tutto,  anche a piedi. E che dire allora dei monumenti? Neanche loro sfuggono alla regola. Come per l’elefante simbolo di Catania, detto  ‘U Liotru, anche altri. Da “A Tapallira ‘do Buggu(la dea Pallade o Cerere) o Re a cavallu( Re Umberto Primo di Savoia) fino ad arrivare  ‘O panzutu( La statua di Garibaldi,di fronte la villa Bellini) ce n’è per tutti i gusti.  Succede con i luoghi, con i monumenti e non succede con gli uomini? Fa parte del senso pratico-umoristico dei catanesi affibbiare i nomignoli, ovvero I pecchi. Pecchi perché il destinatario il più delle volte era afflitto da una pecca fisica:  ‘U sciancatu; L’ ovvu; ‘U Jetticu; ‘U stortu, ‘U Babbaleccu.  Ma è solo questo? No, è tanto altro. Basta poco per diventare destinatario di un pecco; e una volta affibbiato, poi,  non solo resta a vita, ma passa alle generazioni successive di eredità ereditoria, come si diceva una volta. Impossibile schedarli tutti i pecchi, ci vorrebbe un’intera biblioteca e più. Il padre della demopsicologia, Giuseppe Pitre’(Palermo 1841-1916), tenendo conto delle caratteristiche dei popoli, dettò la sua sentenza: Mangia trunza ‘i jacitani; Lazzaruni i missinisi; Spati e cutedda i palermitani; Pedi arsi i catanisi. Mia nonna mi raccomandava:  Attento a non ripetere sempre le stesse cose; Cammina sempre con la schiena  dritta; Evita qualsiasi atteggiamento che ti faccia sembrare un po’ strano, sennò ti mettono il pecco. Eppure….   In presenza di pecchi infamanti, non si sa mai quale potrebbe essere la reazione del destinatario. Dalle nostre parti,invece, si usa l’infallibile metodo dell’indifferenza: Non dari sazio a nuddu. Una nota trattoria catanese che oggi ha cambiato gestione, deve gran parte delle fortune all’ostentazione della pesante  ‘Ngiuria di cui era possessore il titolare. La frequentarono politici, artisti e noti professionisti.  Dalla storpiatura del cognome al mestiere praticato; dalla forma fisica, alla città ( o al Paese) di nascita, chi il pecco ce l’ha è destinato a tenerselo. Maschio o femmina, non c’era alcuna differenza. Quelli che oggi chiamano pecchi sessisti, allora erano di moda soprattutto nel popolino. Al tempo delle Case chiuse, sulla scia ‘da zza Mattia(nota maitresse), tre erano le donne più…gettonate: Maria a Sputaciancu, Anna accupu e ‘A Bulugnisa. Dal più sciocco al più geniale, il pecco è sempre  elemento distintivo. Gli artisti bollati col nomignolo ve ne furono tanti: l’incisore Antonio Zacco, noto come  ‘U scimmiuni baffutu, ne andava fiero del suo. I politici? Tanti; molti dei quali dai nomignoli  impronunciabili.  Alì Babà e i sessanta ladroni andò di moda in senso più generale dagli anni ’60 in poi. Quello benevolo fu riservato all’on. Giuseppe De Felice, meglio conosciuto come Nostru Patri. Ciò perché l’era defeliciana coincise col massimo sviluppo della città di Catania.  I demopsicologi che si sono occupati di questa materia, hanno sempre ritenuto che tale fenomeno origini dalla comparsa dell’uomo sulla terra. Usare il nomignolo a volte  diventa una necessità. In presenza di due individui della stessa cerchia parentale e dal nome simile, infatti, si cerca un Codice identificativo diverso.  A Chioggia, nel veneziano, per esigenze demografiche il nomignolo è stato ufficialmente adottato a corredo anagrafico delle famiglie del luogo. Per ogni strato sociale c’è una tipologia di attribuzione. Nelle piccole comunità, quasi tutti i componenti vengono individuati attraverso il pecco. Alla domanda: Unni sta tiziu? Segue quasi sempre: “Comu ‘u sanu sentiri!!?? Nelle famiglie malavitose è diffusissimo. Si tratta di un retaggio atavico che segna l’appartenenza a una famiglia piuttosto che a un’altra; a un clan piuttosto che a un altro. Nella tipologia mafiosa è come possedere un nome di battaglia. Con l’andar del tempo rileviamo una modernizzazione di questo fenomeno.  La sua tipologia muta col mutare delle condizioni sociali. Oggi è più facile trovare un Turi ‘u camionista piuttosto che un Turi ‘U carrittieri, proprio perché quest’ultimo mestiere è pressoché scomparso. Quando i telefonini non esistevano, era impensabile incontrare un Melo l’iPhone o un Araziu on line. Meraviglie del progresso. A Catania continuano  a resistere i miti come a Peri Peri, il lenone ucciso a pistolettate negli anni ’60 dello scorso secolo, al quale le donnine eressero un altarino nel vecchio San Berillo a perenne memoria; e soprattutto “Pippo Pernacchia”, l’artista del “flatus sonorum”,  un vero mito, per il quale è stato proposto un monumento alla Catanesita’.

 

Nella foto: la copertina del libro  sui "Pecchi" catanesi, pubblicato alcuni anni fa da Santo Privitera per i tipi di "Algra"

                                                                                             

 

 

"VINCENZO TEDESCHI E IL SUO TEMPO"

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Al Centro culturale “V.Paterno’-Tedeschi” è stato di scena il dott. Orazio Costorella. Il tema dell’Incontro è stato Interessantissimo: “Vincenzo Tedeschi e il suo tempo”. Lettore ma, soprattutto cultore e raffinato studioso di Letteratura e Tradizioni popolari, Oratore coinvolgente, Costorella ha dunque parlato di Vincenzo Tedeschi nella sede del Sodalizio che porta il suo nome. A tal proposito, nell’intervento introduttivo, è stato il presidente dott. Santo Privitera a spiegare i motivi che convinsero il compianto co-fondatore Antonello Germana’Distefano ad intitolare il Centro al filosofo catanese nato nel 1786 e morto nel 1859. Motivi connessi alla riscoperta di personaggi caduti ingiustamente nell’ oblio. Vincenzo Tedeschi fu un filosofo illuminista. Al proprio cognome aggiunse anche quello della madre, Felicia Paternò. La sua vita fu condizionata dalla cecità che lo colse in età adolescenziale. “Un uomo”-afferma tra l’altro l’oratore-“ che la sventura non riuscì a piegare”.Consegui’ la cattedra di metafisica all’università della sua città. Autore di tre importanti libri, si distinse per le sue doti di intellettuale eclettico, liberale e progressista. Nel 1849, durante i moti anti-borbonici, fu al Centro di un grave fatto di sangue: i soldati borbonici del generale Filangieri chiamati a stroncare l’insurrezione, assaltò la sua casa uccidendo il cognato, la moglie e due dei suoi quattro figli. Egli riuscì a salvarsi miracolosamente. Morirà dieci anni dopo in preda al rimorso per non aver potuto impedire l’eccidio. Cambiando argomento, al termine dell’incontro, Costorella ha recitato brani tratti dalla tenzone letteraria tra I poeti Pietro Fullone e il Cieco di Spaccaforno, narrati dal demopsicologo ibleo Serafino Amabile Guastella.

Nella Foto di Salvina Tomarchio, da Sin. Il presidente del Centro culturale "V.Paternò-Tedeschi" dott.Santo Privitera e l'oratore dott. Orazio Costorella. Al Centro, il dipinto che raffigura il filosofo catanese Vincenzo Tedeschi sotto lo stemma del Sodalizio che porta il suo nome.

ITINERARI CATANESI (II PARTE)

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Organizzata dal Centro culturale "V.Paternò-Tedeschi", nell'ambito degli incontri domenicali si è svolta la seconda parte della conferenza de "Gli itinerari catanesi", relatore il dott. Santo Privitera, scrittore e storico delle tradizioni popolari. Dopo l'incontro del dicembre dello scorso anno, nel corso del quale si era parlato della Catania Greca e Romana fino ad arrivare alle poderose mura cinquecentesche di Carlo V, in questa seconda parte si è discusso invece di altri aspetti storici che hanno interessato la storia cittadina. Partendo dalle devastazioni  per cause naturali fino ad arrivare a quelle procurate dalla mano dell'uomo, la ricostruzione di Catania è stata lenta ma puntuale. Santo Privitera che del sodalizio oganizzatore è anche presidente, ha fatto ricorso alla proiezione di foto e illustrazioni d'epoca per mostrare  meglio come è cambiato l'assetto urbanistico e socio- economico della città lungo l'arco di oltre tre secoli e mezzo. Il terremoto del 1693 ha segnato una svolta in quanto la città è ripartita totalmente da zero. "Riedificare la nuova Catania nello stesso luogo oppure decentrare?" fu il primo questito che si posero i catanesi superstiti prima di mettere in moto la macchina organizzativa. Prevalsero gli interessi del ceto nobiliare, ma non fu estranea l'opera del Canonico Cilestri il quale, avuto sentore che il popolo avrebbe voluto riedificare altrove, pose innanzi a loro una Reliquia agatina per convincerli a desistere dall'insano  proposito. Dal Duca Di Camastra che redasse sulle macerie il primo Piano Regolatore e fino ai secoli successivi è stato tutto un espandersi della città lungo i suoi quattro punti Cardinali. L'oratore ha quindi elencato una corposa serie di "misfatti" causati dall'uomo. Dal tremendo bombardamento alleato nel corso della Seconda Guerra mondiale , fino ad arrivare alla speculazione edilizia del secolo scorso, con lo sventramento del quartiere San Berillo e l'abbattimento delle stupende Ville Liberty esistenti tra le cinta urbane e le estreme periferie. E' stato ricordato inoltre come l'incendio del Municipio avvenuto nel 1943 per mano di sbandati, rivoltosi e separatisti abbia causato la distruzione non soltanto dell'antico edificio ma soprattutto dei preziosi archivi e del museo ricco di rare collezioni. Una gravissima perdita che pesa ancora sulle memorie antiche perse e mai più recuperate. Altri capitoli presi in esame hanno riguardato le leggende metropolitane catanesi e la "Complicata" storia di alcuni monumenti cittadini. Aneddoti e curiosità anche inedite che hanno interessato la Statua di Garibaldi, le teste mozzate delle statue borboniche e la Fontana di Proserpina, alla Stazione Centrale, tanto per citarne alcuni. Aneddoti che non hanno risparmiato neanche l'elefante di Piazza Duomo simbolo stesso della città. Una breve carrellata fotografica corredata da notizie didascaliche ha concluso la mattinata.   

   

Verso Sant’Agata: Intervista al giornalista e scrittore. Santo Privitera

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