Storia e tradizioni popolari

'A CHIAZZA 'I MOTTU

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Non c’era bisogno di prendere la macchina; a piedi o in carrozza, prima che col filobus, ci si arrivava lo stesso con comodità. E’ di piazza Mazzini che stiamo parlando:  la famosa “Chiazza ‘i mottu”. Era il cuore pulsante della tradizione fieristica legata ai defunti. Attraversata dall’attuale Via V. Emanuele, passando ppi l’Arcu ‘o Futtinu(porta Garibaldi), il cimitero è a un tiro di schioppo. Questa piazza ricca di storia, antico salotto catanese dalla suggestiva quinta scenografica, fino ai primi anni ‘60 dello scorso secolo ospitò la grande fiera di giocattoli destinata a fare felici i bambini. Una piccola città dei balocchi, posta all’interno di una città che aspirava a diventare Metropoli. Bambole di pezza, carrettini di legno, palle di stoffa, cavalli a dondolo, strumenti musicali in plastica e le “moderne” macchinette da corsa in acciaio, facevano bella mostra di sé. Senza contare i frutti di stagione esposti nelle botteghe de “Cosa ruciàra”: Dalle castagne caliate a quelle(durissime) napoletane; fino alle gustosissime “‘nzudde”(dal nome delle suore vincenziane che per primi li realizzarono). Non potevano mancare l’ ossa i’ mottu, la frutta martorana e ‘i “Ram’i’ napuli. “CCu tutti sti cosi esposti, ci vulissi ‘u pottafogghiu a mantici” sentenziavano i visitatori. Alla banniata dei venditori faceva da contrappunto

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LE VOCI DI STRADA: 'A VANNIATA E' MENZA VINNITA

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‘A vanniata è menza vinnita recita un proverbio tutto catanese. E’ vero! Chi non andava a lavorare per i campi alla “Piana”, era costretto a girare per le strade cercando di vendere la propria mercanzia. Pochi i decimali alla voce: disoccupazione. C’era in ballo la sopravvivenza della famiglia e ognuno si dava da fare alla meno peggio: Su non travagghiu ‘a pignata non vugghi (Se non lavoro la pentola non bolle) si diceva. La voce dei venditori ambulanti era quella degli antichi mestieri. Una volta non si buttava proprio nulla. Si viveva di poche cose e queste dovevano durare più a lungo possibile. Dal cunzaturi di piatti all’umbrillaru; dall’ammulaturi 'o siggiaru passando per i venditori di alimentari, l’elenco è lunghissimo. Il mestiere si tramandava di padre in figlio; quando non c’era, si inventava. Vaddati chi su logni sti cucuzzi: …e cchi su scabbulazzi!!! vanniava a squarciagola, e senza microfono, un venditore ambulante di frutta che sul finire degli anni ’50 dello scorso secolo stazionava alla Civita. Gli valse, appunto, il soprannome di Sciabbulazza e ne andò fiero per tutta la vita. Com’era un tempo la vita dell’ambulantato nei quartieri popolari? Cominciava di mattina alla buon’ora con il venditore di caffè, per finire, la sera, con il caliaro. I ciciri atturrati (abbrustoliti), 'a simenza (semi di zucca abbrustoliti) e ‘i calacausi (noccioline americane) erano una vera delizia. Allora non bisognava aspettare le feste patronali per gustarle. Molti la preferivano alla frutta tradizionale. E in autunno, al tempo delle noccioline e delle noci che per i catanesi è ancora ‘u scacciu, ‘a calia ci stava come il cacio sui maccheroni. Il tutto, ovviamente, innaffiato da un buon vinello: meglio se rosolio o ‘nzolia e muscateddu delle Terre forti. Queste voci di strada scandivano le stagioni. Nei mesi estivi, la prima a farsi sentire era quella do’ Ceusaru. Il venditore di gelsi neri era facilmente riconoscibile dalla cesta (panaru) colorata da un liquido rosso violaceo: Ceusa sucusi e niuri! Duci com’u zuccuru sù!. Quasi in contemporanea, il gelataio con la sua voce stridula: Geeelaaatiii….Geelaaati…! Al contrario di oggi, non usava assordanti dischi di neomelodici napoletani ma una robusta campanella o, al massimo, il fischietto per annunciarsi. In inverno si reclamizzava di tutto anche sotto la pioggia battente. Girava il carrettino con le verdure appena raccolte nei campi della piana o negli orti di cibali; c’era il venditore di spezie con le ceste colme di alivuzzi cunzati, pumaroru sicchi e chiappara rigorosamente affogata ‘nto sali rossu. Né mancava la tradizionale "Cugnetta” d’angiovi salati. ‘A Sausa cunzata (dosso del tonno) era vera delizia per palati più esigenti dei catanesi. “Luppiniii! Luppinii…”…’n cattocciu menzu soddu! La vanniata

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PROVERBI PER SETTE GIORNI(18)

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-I SODDI FANU VENIRI A VISTA ALL'OVVI (I soldi fanno veri e propri miracoli);

-CU HAVI LA CUDA DI PAGGHIA SI SCANTA DI LU FOCU(Chi non e' a posto con la coscienza vive sempre nella paura)

-CARTA VENI E JUCATURI SI VANTA(Quando la carta è vincente il giocatore dice che è per merito proprio);

-L'ORU E' SEMPRI ORU; U' FANGU E' SEMPRI FANGU(Nulla può cambiare la natura delle cose);

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MODI DI DIRE E PROVERBI SICILIANI(2)

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-NON SI 'PO LIVARI 'DA UCCA (Quando una determinata cosa è particolarmente gradita);

-CI PIGGHIAU SUPPA (Avendoci provato gusto, vuole riprovarci);

-ARTI DI CRITA POVIRA E MINNìCA, MA TI SI 'NZERTA TI VESTI DI SITA( L'arte povera non produce ricchezza ma se riesci ad azzeccare il modello giusto, quello particolarmente accattivante, puoi guadagnarci tanto); 

-CU SI VESTI DE'ROBBI 'I LAUTRI, PRESTU SI SPOGGHIA (Non ci si deve mai vestire dei panni altrui perchè dalla illusione alla delusione, il passo è breve.);

-'A SQUAGGHIATA DA' NIVI SI VIRUNU I PUTTUSA ( La realtà spesso si nasconde dietro apparenze destinate comunque a svanire);

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LUOGHI DEL CULTO AGATINO: IL TEMPIETTO BIZANTINO SCOMPARSO

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Era il 17 agosto del 1126 quando a ridosso delle rive del porto Ulisse avvenne la solenne consegna delle Reliquie agatine da parte del Vescovo Maurizio al Senato catanese. Le sacre spoglie della Vergine e Martire catanese, grazie ai due valorosi soldati Goselmo e Gisliberto, tornavano da Costantinopoli dopo essere state trafugate dal generale Bizantino Maniace 86 anni prima. L’evento piu’ atteso dai i catanesi non poteva rimanere senza una testimonianza tangibile, tant’è che nel punto in cui avvenne l’incontro, lo stesso anno venne eretto un tempietto votivo in stile Bizantino. Di esso purtroppo non vi è più traccia. Le calamità naturali e soprattutto la mano dell’uomo, lo hanno cancellato per sempre. Di questo monumento denominato Sant’Agata di Lognina prima e Sant’Agata le sciare in epoca successiva, si conosce ben poco; tuttavia la sua esistenza è certa com’è certo il luogo in cui venne edificato. Lo stesso Vescovo Maurizio nella sua preziosa epistola che ha consegnato per intero alla storia la cronaca dell’evento religioso, lo attesta. L’ubicazione esatta è al Rotolo,

 

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