CIARAMIDDARI E ZAMPOGNARI, L'ARMONIA DEL NATALE

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‘Na vota!... ’Na vota!… e sempri..‘Na vota!!! Questa espressione la usavano i nostri nonni ma è ancora valida “per tutte le stagioni”. Nel corso dei secoli, il modo di percepire il Natale è inesorabilmente cambiato. Tradizioni, usanze e costumi di un tempo, ormai è più facile riscontrarli nelle rappresentazioni teatrali che nelle strade. Meglio di niente. Una lenta rivoluzione  ha cambiato il modo di percepire quella che ancora, malgrado tutto,  viene considerata la festa piu’ bella dell’anno. Tutto quel fuoco mistico che ruotava attorno ai pastori, all’alberello, alla “Cona” e al suono della Zampogna è andato sempre più attenuandosi  fino a scomparire quasi del tutto.  Ci si chiede dove sia finito il “Magico Natale” se Babbo Natale e’ diventato lo sponsor di qualche prodotto e non si sente piu’ in giro il suono della Zampogna. Gia’, la Zampogna. Nel nostro dialetto il suonatore di questo strumento viene genericamente conosciuto come ‘U Ciaramiddaru,  ignorando pero’ che la Ciaramella e’ diversa dalla Zampogna. Mentre la Ciaramella e’ una grossa canna simile al moderno “Clarinetto”; la Zampogna e’ uno strumento molto piu’ complesso essendo composto da un otre di pelle di pecora entro cui si innestano  tre o piu’ canne zufolate della stessa misura tranne una piu’ corta. Suonarla implica tutta una preparazione preliminare piuttosto complessa. Un tempo l’usanza si tramandava da padre in figlio, ma la tradizione ad essa legata si perde nella notte dei tempi. Vivevano di pastorizia, i Ciaramiddara, un elemento in piu’ per assimilarli ai pastori che nella Santa notte di Betlemme furono tra i primi ad inchinarsi davanti al “Bambinello”. “Ciaramiddaru…ciaramiddari fai ‘na sunata supra l’altaru, Ca lu Signuri quannu nasciu tutti li cosi binidiciu” recita il testo di una canzone che ancora oggi si canta nelle Novene natalizie. La letteratura di tutti i tempi ha celebrato questa figura quasi “Mitologica”. Per guadagnarsi da vivere “ ‘I Ciaramiddara”

scendevano in citta’ dai loro paesi dell’alta montagna con mezzi di fortuna o addirittura a piedi. Vestivano con giubbini in pelle di pecora; dai piedi alla vita fasciati con stoffe raccogliticce. Un cappellaccio o una “Meusa”(berretto allungato con giummo finale). Calzavano  “I Scappitti”, calosce di copertoni allacciati fin sopra al ginocchio. Giunti in citta’ suonavano davanti agli altarini o per le strade, ben sapendo che il fascino delle loro nenie avrebbe indotto i passanti ad elargirgli un compenso. Non solo. Ingaggiati dalle famiglie benestanti, di anno in anno riuscivano a farsi una clientala sempre piu’ vasta. Suonavano davanti ai presepi o agli abeti addobbati con  palle colorate, festoni e statuine di cioccolata. Quelli provenienti da Bronte, Maletto, Randazzo e Adrano, erano i piu’ noti. Appena li vedevano arrivare, i ragazzi esclamavano festosi: “Vadda, vadda… calaru ‘da muntagna ‘ i Ciaramiddara! Seguendoli, intonavano anche loro le canzoncine di Natale piu’ conosciute. Oggi e’ tutto diverso, non c’e’ piu’ il ricambio. Anche se la zampogna non e’ stata ancora del tutto “appesa al chiodo”, la figura del “Ciaramiddaru” si e’ appannata. Il Centro Storico e’ tutto uno scintillìo di luci. I ragazzi col loro Smartphone tra le mani, manco lontanamente si sognano di cantare “Meru meru ciaramiddaru”. Il grande albero di Natale più simile a una gigantesca piramide che a un abete, campeggia imperioso in mezzo a Piazza Università; ad ogni angolo, questo o quell’altro negozio augura il Buon Natale invitando agli acquisti: “Paremu ‘nto paisi ‘de balocchi” si lascia scappare un frequentatore abituale di Villa Pacini, ‘A villa ‘i varagghi.  Ma e’ il segno dei tempi.

 

Pubblicato su La Sicilia del 17.12.'17

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